tu m’insegni la follia
e mi spieghi che le città sorgono come concrezioni,
che mai t’illudesti di pianificare con rette.
Io che adopero la logica come una chiave inglese
trovo che l’evidenza sia un comodo placebo
per chi non ha forza di pensare oltre.
E trovo la ragione insufficiente:
non spiega per esempio
perché sia così bello starti ad ascoltare.
Seppi però che l’elettrone imprevedibile
resta comunque sopra il suo orbitale,
che ammassi di caotici frattali
formano foglie, gusci, arterie, intere coste
e capii
che credere al disordine è credere nel nulla.
C’è una legge più nascosta dei paradigmi della logica,
che sfugge a chi sa solo far di conto,
c’è un ordine non comprensibile ma chiaro all’intuizione,
una regola senza sillogismi, ma impalpabile e divina,
che scioglie il mistero
della sequela di note di un’improvvisazione jazz,
che governa l’affastellarsi delle case delle città che ami.
E’ anche quella che tesse le tue parole,
quando starti ad ascoltare è così bello.
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