Pà, ti ricordi quando ti regalavo la bottiglia di Johnny Walker con la cravatta di cartone della Festa del Papà?
E quando ti venivamo a svegliare la mattina dell’Epifania, per prendere sotto il tuo cuscino la chiave della stanza dei regali?
Te li ricordi, pà, quegli interminabili viaggi in macchina? Le cassette di De Andrè e Gabriella Ferri te le facevamo togliere perché erano troppo tristi e tu attaccavi a recitare “T’amo pio bove” e “La cavallina storna”.
Lo ricordo, sai, pà, il tuo stupore quando annunciai che avrei studiato ingegneria e i tuoi occhi, per la prima volta, solo per un istante, lucidi. Ce l’ho ancora da qualche parte la lettera che mi facesti trovare dopo la laurea; mi scrivesti perché non sapevi parlare, ti risposi con una lettera, ce l’hai ancora, pà?
E’ passato tanto tempo, mi avrai sentito lontano, come quando, bambino, sbuffavo mentre, entusiasta, mi mostravi dighe e viadotti. E ora che sei vecchio, il tuo solito vittimismo ti farà ricordare le liti e le brutte parole e penserai di non essere servito.
Ma vedi, pà, non è stato così.
Vado nei cantieri ed amo gli operai e sono benvoluto, come lo eri tu. Ho la tua stessa ingenua onestà e l’incrollabile senso del dovere. Sono bravo, pà: vorrei lo sapessi. Me la ricordo ancora “La cavallina storna”, sai? E canto “La guerra di Piero” con la stessa voce stonata. Solo Natale mi intristisce, perché le palle dell’albero nella valigia di cartone in cantina non ci sono più.
E’ passato tanto tempo e tu sei un vecchio. Ma prima che tu muoia vorrei che lo sapessi:
tuo figlio, con i capelli bianchi, oggi è un uomo felice.

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